Negli ultimi mesi, quando parlando con amiche e amici si affronta l’argomento cibo, la conversazione finisce quasi sempre per toccare lo stesso tasto dolente: i costi sempre più alti. Purtroppo, non è solo un’impressione. I dati lo confermano puntualmente, e non solo in Italia. Nel Regno Unito, il tracker mensile della Food Standards Agency segnala che il prezzo del cibo resta da tre anni la preoccupazione numero uno dei consumatori, con circa nove persone su dieci che si dicono preoccupate. E lo stesso identico tema emerge dall’Eurobarometro EFSA 2025, condotto su oltre 26.000 cittadini europei: il costo è tornato a essere il primo criterio di scelta al supermercato, più della qualità o della provenienza; un’inversione di tendenza rispetto a qualche anno fa.
Di fronte a questa pressione economica, cambiano anche i comportamenti. E qui arriva il dato che, da chimica che si occupa di sicurezza alimentare, mi ha fatto riflettere di più: secondo il tracker britannico, il comportamento più diffuso in assoluto messo in atto dalle famiglie per risparmiare è mangiare cibo oltre la data indicata in etichetta, riportato da circa il 64% dei rispondenti, seguito a ruota dal consumo di avanzi tenuti in frigorifero per più di due giorni, riportato da circa il 60%. Sono numeri altissimi, che raccontano qualcosa di molto concreto: la lotta allo spreco alimentare, per molte famiglie, oggi non è più solo una scelta etica o ambientale, ma una necessità economica.
La domanda, allora, diventa inevitabile: è davvero pericoloso, o comunque sempre sbagliato, consumare un alimento dopo la data stampata sulla confezione? Nell’articolo di oggi cercherò di darvi una risposta onesta, ma non netta, perché tutto dipende da una distinzione che troppo spesso viene ignorata, ma che nella normativa europea sull’etichettatura è invece molto chiara.
Vediamo insieme a cosa mi riferisco nei prossimi paragrafi.
Due etichette diverse, due significati diversi: TMC e data di scadenza
Il primo equivoco da sciogliere riguarda proprio le parole. In etichetta, secondo il Regolamento (UE) n. 1169/2011 sulla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, possiamo trovare due diciture completamente diverse, anche se spesso vengono confuse tra loro nel linguaggio comune.
La prima è il Termine Minimo di Conservazione (TMC), introdotto dalla dicitura “da consumarsi preferibilmente entro il…”. Questa indicazione riguarda alimenti che, per loro natura, restano microbiologicamente stabili a lungo, per esempio:
- pasta secca;
- riso;
- legumi secchi;
- biscotti;
- prodotti in scatola;
- molti condimenti.
Il TMC non è una soglia di sicurezza, bensì una garanzia di qualità organolettica: il produttore assicura che, fino a quella data, il prodotto manterrà pienamente le proprie caratteristiche di gusto, consistenza, colore e valore nutrizionale dichiarati in etichetta. Superato il TMC, l’alimento non diventa automaticamente pericoloso: può semplicemente perdere un po’ di fragranza, cambiare leggermente colore, oppure risultare meno croccante. Un pacco di pasta o un barattolo di legumi consumati qualche settimana, o in alcuni casi anche qualche mese, dopo il TMC restano nella grande maggioranza dei casi assolutamente sicuri, a patto che la confezione sia integra e sia stata conservata correttamente.
Molto diversa è invece la data di scadenza, identificata dalla dicitura “da consumarsi entro il…”. Questa indicazione è riservata dalla normativa agli alimenti microbiologicamente deperibili, cioè quelli in cui, dal punto di vista della sicurezza, il rischio cresce rapidamente con il tempo, come ad esempio:
- carne fresca;
- pesce fresco;
- latte crudo o pastorizzato;
- prodotti di gastronomia pronti al consumo;
- molti formaggi freschi.
In questo caso la data non è un’indicazione di qualità, ma un vero e proprio limite di sicurezza, stabilito dal produttore sulla base di prove di durabilità microbiologica condotte in laboratorio. Superata quella data, il rischio di sviluppo di microrganismi patogeni – come Listeria monocytogenes o Salmonella – non è più adeguatamente escluso, anche se l’alimento appare, all’occhio o al naso, ancora perfettamente normale. Ed è proprio questo il punto più insidioso: molti patogeni alimentari non alterano in modo percepibile l’aspetto, l’odore o il sapore del cibo, per cui l’ispezione sensoriale a cui siamo abituati non è di per sé sufficiente a garantirci che tutto vada bene.
Questa distinzione non è un tecnicismo da addetti ai lavori: è probabilmente l’informazione più utile che si possa dare oggi a chi cerca, giustamente, di ridurre gli sprechi in cucina senza correre rischi. Sapere se si ha in mano un TMC o una data di scadenza cambia completamente il margine di manovra che si può concedere a un alimento dopo la data stampata in etichetta.
Cosa dicono davvero i dati su spreco, rischio e comportamento dei consumatori
Se guardiamo ai dati con un po’ di distanza, emerge un quadro interessante e per certi versi rassicurante. L’Eurobarometro EFSA 2025 mostra che la fiducia dei cittadini europei nel sistema di sicurezza alimentare è in crescita: otto cittadini su dieci concordano sul fatto che esistano normative solide a tutela della sicurezza degli alimenti, un dato in aumento di sei punti percentuali rispetto al 2022. È un segnale importante, perché significa che la percezione del rischio non sta necessariamente peggiorando insieme alla pressione economica: le persone continuano a fidarsi del sistema nel suo complesso, pur adattando i propri comportamenti quotidiani per contenere la spesa.
Allo stesso tempo, il tracker britannico offre un dettaglio che vale la pena sottolineare: la percentuale di famiglie che dichiara di mangiare cibo oltre la data indicata in etichetta non è aumentata bruscamente in modo isolato, ma è rimasta sostanzialmente stabile e alta lungo tutto l’ultimo anno monitorato, con un piccolo picco proprio nel periodo natalizio, quando il rischio di eccedenze in frigorifero è più alto. È un comportamento, quindi, già consolidato nelle abitudini di molte famiglie, più che un fenomeno nuovo legato solo all’ultima impennata dei prezzi.
C’è poi un aspetto che, come esperta di sicurezza alimentare, trovo particolarmente significativo: la stessa indagine britannica segnala che i cittadini restano molto attenti ai temi legati ai richiami di prodotti alimentari e alla loro provenienza; è il tema che ricordano di aver sentito più spesso nell’ultimo periodo. Questo significa che la sensibilità verso la sicurezza non è affatto scomparsa: convive con la necessità di risparmiare, e le due cose, se gestite con le giuste informazioni, non sono affatto in contraddizione.
È qui che entra in gioco il ruolo degli Operatori del Settore Alimentare, di cui abbiamo già parlato nello scorso articolo: un’etichettatura chiara, una comunicazione trasparente sulla differenza tra TMC e scadenza, e informazioni corrette sulla corretta conservazione domestica sono strumenti concreti che le aziende e le Istituzioni possono mettere in campo per aiutare i consumatori a ridurre gli sprechi senza aumentare il rischio. Non è un caso che il Ministero della Salute dedichi da anni una parte della propria attività proprio all’educazione alimentare e al contrasto allo spreco: le due battaglie, quella economica e quella della sicurezza, si combattono insieme, non l’una a scapito dell’altra.
Il mio consiglio
Capisco benissimo la tentazione di guardare con sospetto ogni data stampata su una confezione, soprattutto quando il portafoglio si fa sentire. Il mio consiglio, però, è di non trasformare questa esigenza economica in un azzardo sulla sicurezza: la differenza sta tutta nell’imparare a leggere l’etichetta, non solo la data.
Se in mano avete un prodotto con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” – pasta, riso, biscotti, conserve, prodotti secchi in generale – potete stare tranquilli: un piccolo margine oltre quella data, in condizioni di conservazione corrette e confezione integra, non compromette la sicurezza, al massimo la qualità. Fidatevi del vostro naso e dei vostri occhi, ma soprattutto fidatevi della scienza: quella data è pensata per essere prudente, non per essere un allarme.
Se invece leggete “da consumarsi entro” – su carne, pesce, latte fresco, gastronomia pronta – qui il discorso cambia radicalmente: quella non è una raccomandazione di qualità, è un limite di sicurezza calcolato in laboratorio, e superarlo significa esporsi a un rischio reale che i nostri sensi, da soli, non sono in grado di rilevare. In questo caso il mio invito è opposto: non fatevi tentare dal risparmio, per quanto comprensibile possa sembrare in questo momento.
Per ridurre lo spreco senza correre rischi, la strategia migliore resta un’altra: pianificare la spesa in base a quello che si consumerà davvero, congelare per tempo ciò che non si userà entro la scadenza, tenere il frigorifero alla temperatura corretta e imparare a distinguere, una volta per tutte, un TMC da una data di scadenza. È un piccolo gesto di consapevolezza, ma è esattamente il tipo di consapevolezza che rende possibile risparmiare senza mai smettere di essere, prima di tutto, al sicuro.

Sono una chimica con specializzazione post lauream alla De Montford University di Leicester (UK). Dal 2008, sono Chief Executive Officer del Gruppo Maurizi, con il quale mi occupo di sicurezza alimentare, ambientale e sul lavoro.




