Il 25 ottobre si celebra il World Pasta Day, istituito nel 1995 proprio a Roma in occasione del primo Congresso Mondiale della Pasta, per raccontare al mondo intero uno degli alimenti più identitari della nostra cucina. E i numeri, in effetti, parlano chiaro: secondo i dati diffusi da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, l’Italia è di gran lunga il primo produttore di pasta in Europa, con 4,2 milioni di tonnellate prodotte (il 68% del totale UE) e 2 milioni di tonnellate esportate, pari al 76% dell’intero export europeo di pasta. Difficile trovare un altro prodotto agroalimentare capace di rappresentare il Paese con altrettanta forza.
Proprio perché la pasta è un simbolo così potente, negli ultimi tempi si è tornati a discutere molto della sua origine, e in particolare dell’origine del grano con cui viene prodotta. Sempre più spesso, in etichetta o in campagne di comunicazione, l’italianità della materia prima viene associata a concetti come maggiore sicurezza o maggiore salubrità del prodotto finale. È un’equazione che sentiamo ripetere spesso, ma che vale la pena verificare con gli strumenti che ci sono più familiari: non le opinioni, ma la normativa e i dati dei controlli ufficiali.
In questo articolo vedremo allora cosa dice davvero la legge sull’origine del grano in etichetta, cosa dicono invece i controlli sulla sicurezza della pasta a prescindere dalla provenienza, e quali conclusioni si possono trarre con equilibrio.
Cosa dice la legge sull’origine del grano in etichetta
Partiamo da un dato di fatto poco noto ma decisivo: l’Italia, pur essendo il primo produttore mondiale di pasta, non produce a sufficienza il grano duro necessario a soddisfare il proprio fabbisogno interno. Le stime più recenti del Centro Studi di Unione Italiana Food – l’associazione che riunisce i pastai italiani – indicano un fabbisogno nazionale di grano duro pari a circa 5,8 milioni di tonnellate l’anno, a fronte di una produzione interna che si ferma, in media, a circa 4 milioni di tonnellate: un deficit strutturale che negli ultimi quindici anni ha richiesto importazioni comprese tra 1,4 e 2,7 milioni di tonnellate l’anno, a seconda delle annate agricole. È una caratteristica strutturale della filiera, dovuta al fatto che i pastifici hanno bisogno di grani con specifiche caratteristiche tecnologiche – contenuto proteico, qualità del glutine, tenuta in cottura – che il territorio nazionale, da solo, non è sempre in grado di garantire in quantità sufficiente.
Per rendere trasparente questa realtà, dal 17 febbraio 2018 è in vigore in Italia l’obbligo, previsto dal decreto interministeriale del 26 luglio 2017, di indicare in etichetta due informazioni distinte: il “Paese di coltivazione del grano” e il “Paese di molitura”, cioè il luogo in cui il grano viene trasformato in semola. Se queste fasi avvengono in più Paesi, l’etichetta può riportare diciture come “Paesi UE”, “Paesi non UE” o “Paesi UE e non UE”; se invece il grano duro proviene per almeno il 50% da un unico Paese, si può usare una dicitura come “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”. Solo quando entrambe le fasi – coltivazione e molitura – avvengono interamente in Italia si può parlare, a rigore, di pasta 100% di grano italiano. Questo decreto anticipava, a livello nazionale, quanto sarebbe poi stato disciplinato a livello europeo dal Regolamento (UE) 2018/775, che ha dato attuazione alle norme sull’origine dell’ingrediente primario già previste dal Regolamento (UE) 1169/2011.
È importante notare che questa normativa nasce per un obiettivo preciso: garantire trasparenza e diritto di scelta al consumatore, non per certificare un livello di sicurezza differente a seconda della provenienza. Lo dimostra anche l’attività di vigilanza dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che nel 2020 ha concluso cinque distinti procedimenti istruttori nei confronti di alcuni marchi di pasta, contestando non la provenienza del grano in sé, ma l’uso di bandiere, paesaggi e richiami enfatici all’italianità capaci di far credere al consumatore che l’intera filiera fosse nazionale, quando in realtà il grano utilizzato era in parte estero. La vicenda più nota, quella che ha coinvolto un marchio della grande distribuzione, si è chiusa solo di recente: con la sentenza C-301/25 del 30 aprile 2026, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha confermato la legittimità della sanzione, ribadendo un principio molto semplice: la comunicazione sull’origine deve essere chiara e immediata, non nascosta tra le informazioni secondarie del retro etichetta. Anche questo, va sottolineato, è un tema di correttezza commerciale e trasparenza verso il consumatore, non di sicurezza alimentare.
Pasta sicura a prescindere dall’origine
Arriviamo così al cuore della questione, quella che riguarda più da vicino il mio lavoro: la pasta prodotta con grano importato è meno sicura di quella prodotta con grano interamente italiano? I dati dei controlli ufficiali, ad oggi, non offrono alcun elemento in questo senso.
Il punto di partenza è che il grano duro, indipendentemente dal Paese di coltivazione, è soggetto agli stessi limiti di sicurezza quando entra nel mercato unico europeo. I residui di prodotti fitosanitari ammessi sugli alimenti, incluso il grano, sono disciplinati dal Regolamento (CE) n. 396/2005, che fissa livelli massimi di residuo (LMR) validi in modo uniforme per tutti gli alimenti commercializzati nell’Unione Europea, siano essi coltivati in Italia, in un altro Paese UE o importati da Paesi terzi: un carico di grano che non rispetta questi limiti non può, semplicemente, entrare nella filiera.
C’è poi un secondo profilo normativo, meno noto ma altrettanto rilevante: quello dei claim, cioè delle affermazioni relative a benefici per la salute o la sicurezza che accompagnano la comunicazione di un prodotto. Il Regolamento (CE) n. 1924/2006 stabilisce che qualsiasi indicazione che colleghi un alimento a un beneficio per la salute debba essere scientificamente fondata e specificamente autorizzata, e vieta espressamente messaggi che possano gettare dubbi sulla sicurezza di altri alimenti presenti sul mercato. Questa regola si applica a qualunque comunicazione commerciale, inclusa quella istituzionale: affermare che un alimento è “più sicuro” o “più salutare” solo in base alla provenienza geografica della materia prima, senza dati scientifici a supporto, non trova quindi riscontro né nei fatti né, a rigore, nella normativa europea sui claim.
Questo non significa, sia chiaro, che l’origine del grano sia un’informazione priva di valore: sapere da dove viene la materia prima resta un diritto del consumatore, sancito dalla stessa normativa di cui abbiamo parlato. Significa piuttosto che le caratteristiche di un alimento – qualità, sicurezza, prestazioni in cottura – dipendono dalla varietà del grano, dalle sue caratteristiche tecnologiche e dal rispetto dei limiti di sicurezza lungo tutta la filiera, con controlli che si applicano in modo identico a prescindere dal passaporto del chicco.
Il mio consiglio
Il mio consiglio, in questo caso, è molto pratico: imparate a leggere l’etichetta della pasta per quello che dice davvero, senza lasciarvi guidare da un’equazione (“italiano uguale più sicuro”) che, allo stato attuale delle conoscenze, non trova riscontro nei dati.
Se per voi è importante sostenere la filiera cerealicola italiana, per ragioni economiche, ambientali o semplicemente di preferenza personale, è una motivazione del tutto legittima: cercate le diciture “Paese di coltivazione del grano: Italia” e “Paese di molitura: Italia”, che sono le uniche a garantire davvero una pasta 100% di grano italiano dall’inizio alla fine della filiera. Diffidate invece di bandiere, paesaggi e richiami patriottici in bella vista sul fronte della confezione, se non accompagnati da un’indicazione altrettanto chiara sull’origine reale della materia prima: come abbiamo visto, è proprio su questo scarto tra comunicazione e trasparenza che sono intervenute le autorità di controllo.
Se invece la vostra preoccupazione riguarda la sicurezza, potete stare tranquilli a prescindere dalla provenienza: che il grano arrivi dai campi di Puglia o Sicilia, da un altro Paese europeo o da oltreoceano, deve rispettare gli stessi limiti sui residui di fitosanitari prima di poter arrivare sulle nostre tavole, ed è proprio questo sistema di controlli uniformi – non la bandiera stampata sulla confezione – a garantire davvero la sicurezza del piatto di pasta che vi apprestate a scolare. In occasione del World Pasta Day, festeggiate pure con orgoglio uno dei prodotti più amati della nostra cucina: solo, magari, per le ragioni giuste.

Sono una chimica con specializzazione post lauream alla De Montford University di Leicester (UK). Dal 2008, sono Chief Executive Officer del Gruppo Maurizi, con il quale mi occupo di sicurezza alimentare, ambientale e sul lavoro.




